martedì 17 giugno 2014

Viviana Vivarelli

Freud e Jung appartengono a due generi polari: il razionalista e l’intuitivo, l’uomo che vuol ridurre la psiche a schema, meccanismo o numero, e il visionario che va alla scoperta dell’inconscio, cioè dell’ignoto, attraverso immagini. Da una parte lo psicologo che fa statistiche, dall’altra il poeta che sogna. Di qua il matematico, di là l’alchimista.

In Freud chiaramente prevale l’emisfero razionale, che usa segni, definizioni e tabelle, compone e scompone la psiche come fosse una macchina di cui precisa pezzi e funzionamenti, la sua psicologia sembra una tecnica, i suoi libri sembrano manuali di idraulica o meccanica.
In Jung prevale l’emisfero intuitivo, con simboli, metafore, sogni, forme poetiche, visioni e allucinazioni. E’ ovvio che i due non si intendano.


Così gli uomini si dividono spesso secondo questa o quella prospettiva, a volte naturale a volte indotta, e in genere i tipi lateralizzati non comunicano bene tra di loro, sono come un cieco che parla a un sordo o un sordo che mostra figure a un cieco; non si intendono, l’uno vede ciò che all’altro sfugge e ognuno può diventare antipatico nella difesa della propria prospettiva, come se quella fosse esaustiva di tutto.


 Poi va da sé che la natura fa incontrare le coppie proprio secondo il richiamo degli opposti, in una specie di integrazione possibile che quasi mai riesce.

L’intuitivo ‘vede’ ma non sa spiegare, fonda le sue certezze su intuizioni che lo convincono ma sembrano basate sul nulla; l’analitico spiega ma non convince, in genere è povero nel sentimento e non ha abbastanza immaginazione per afferrare il nuovo o trasmetterlo.

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