Secondo Michael
Harner, poi, la psichiatria e la psicologia occidentali mostrano anche un forte
pregiudizio cognicentrico, un altro modo per dire che nelle loro speculazioni
teoriche prendono in considerazione solo esperienze e osservazioni relative a
stati di coscienza ordinari, mentre sistematicamente rifuggono o fraintendono i
dati provenienti dalla ricerca degli stati non ordinari, come i fenomeni
osservati nella terapia psichedelica, nelle potenti psicoterapie esperienziali,
nel lavoro con individui in emergenza spirituale, nella ricerca sulla
meditazione, negli studi antropologici sul campo o nella tanatologia.
A causa
della loro fondamentale incompatibilità col paradigma dominante, i dati
sovversivi provenienti da questi campi di ricerca sono stati sistematicamente
ignorati o valutati erroneamente.
Nel paragrafo
precedente ho fatto riferimento al termine”stati di coscienza non ordinari”.
Prima di procedere in questa discusione, mi sembra appropriato un chiarimento
semantico.
Questo termine viene impiegato soprattutto dai ricercatori che
studiano questi stati e ne riconoscono il valore. Gli psichiatri ufficiali
preferiscono il termine “stati di
alterazione”, che riflette la convinzione che solo lo stato di coscienza della
vita quotidiana rappresenti la normalità, mentre tutti quelli che da esso si
discostano, senza alcuna eccezione, non siano altro che distorsioni patologiche
della corretta percezione della realtà, quindi prive di qualunque potenziale
positivo.
Tuttavia, anche il termine “non ordinari” è troppo ampio per l’obiettivo
della nostra discussione. La psicologia transpersonale si rivolge infatti a un
significativo sottogruppo di questi stati, caratterizzato da un potenziale
euristico, terapeutico, trasformativo e perfino evolutivo.
Questo sottogruppo
comprende le esperienze degli sciamani e dei loro assistiti, quelle degli
iniziati nei riti di passaggio dei nativi americani o degli antichi misteri di
morte e rinascita, quelle degli operatori spirituali e dei mistici di tutte le
epoche, nonchè le crisi psicospirituali degli individui in “emergenza spirituale”.
All’inizio della
mia ricerca, ho scoperto con grande sorpresa che la psichiatria convenzionale
non aveva un nome per questa importante tipologia di stati non ordinari di
coscienza, e per questo la liquidava col termine “stati di alterazione”.
Sentendo con forza che invece meritavano di essere distinti dagli altri, e
collocati in una categoria specifica, coniai il termine olotropico (Grof 1992),
che significa letteralmente “orientato verso la completezza” o “che si muove in
direzione della completezza” (dal greco holos= intero e trepo, trepein =
muoversi verso o in direzione di qualcosa), suggerendo che, nello stato di
coscienza della vita di tutti i giorni, ci identifichiamo solo con una piccola
parte di chi siamo veramente.
Negli stati di coscienza olotropici, invece,
possiamo trascendere i confini ristretti dell’io corporeo e incontrare un ampio
spettro di esperienze transpersonali che ci aiutano a reclamare la nostra piena
identità.
Ho descritto altrove le caratteristiche fondamentali degli stati
olotropici e le loro differenze rispetto alle condizioni che meritano di essere
definite come “stati alterati di coscienza”. Ormai è un po’ di tempo che uso
questo termine, e sono lieto di affermare che la sua popolarità è in aumento.
Riconoscendo
l’autentica natura delle esperienze transpersonali, e il loro valore, la
psicologia transpersonale ha fatto significativi passi avanti verso la
correzione dei pregiudizi etnocentrici e cognicentrici della psichiatria e
della psicologia convenzionali.
Alla luce dei
moderni studi sulla coscienza, l’attuale irrispettosa denigrazione e patologizzazione
della spiritualità che caratterizza il monismo materialista appare
insostenibile. Negli stati olotropici, le dimensioni spirituali della realtà
possono essere sperimentate direttamente in modo altrettanto plausibile quanto
la nostra esperienza quotidiana del mondo materiale, se non di più.
Un attento
studio dei fenomeni transpersonali mostra che questi non solo non si possono
spiegare come il prodotto di processi patologici a carico del cervello, ma sono
anzi ontologicamente reali.
Per distinguere
le esperienze trasnpersonali dai prodotti della fantasia individuale, gli
psicanalisti junghiani parlano di
dimensione immaginale. L’erudito filosofo e mistico francese Henri Corbin, che
per primo usò l’espressione mundus imaginalis, aveva tratto ispirazione dallo
studio della letteratura mistica islamica.
I teosofi islamici chiamano il mondo
immaginale, dove tutto ciò che esiste nel mondo sensibile ha il suo
corrispettivo, “alam a mithal” o “ottavo clima” per distinguerlo dai “sette
climi”, cioè le zone in cui i geografi islamici tradizionali dividevano l’emisfero
boreale.
Il territorio immaginale è dotato di ampiezza e dimensioni, di forme e
di colori, che tuttavia non sono percepibili dai nostri sensi nello stesso modo
in cui li percepiamo quando sono proprietà di oggetti fisici. Tuttavia, questa
dimensione è, sotto ogni altro aspetto, ontologicamente reale e suscettibile di
essere consensualmente convalidata da altri, esattamente come il mondo
materiale percepito normalmente attraverso i sensi.
Tratto da : "Guarire le ferite più profonde"
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